Il racconto personale di una iniziazione alla Massoneria

Quella che leggerete adesso è l’iniziazione alla Massoneria dell’autore del romanzo Massone per caso – ispirato da una storia vera -:

‘All’ingresso fui bendato e guidato in una stanza tetra e quivi sbendato. Il mio accompagnatore era incappucciato. Mi fu detto che stavo per morire e che dovevo scrivere il mio testamento. Prima di abbandonarmi a me stesso nella riflessione funebre mi furono tolti i miei averi e tutti i metalli che avevo indosso. Ciò doveva stare a significare che mi sarei dovuto accostare alla nuova vita spogliato di tutte le cose superficiali e altere del mio essere nudo e puro.

La stanza in cui mi trovavo era piccola, soffocante e dava il senso di una bara. Ero circondato da frasi minacciose sui muri, da teschi, scritte in latino e simboli occulti che mi ammonivano. Mi accorsi che nulla era casuali nelle disposizioni degli oggetti e dei moniti. Fui in grado di intuire che ogni elemento rifletteva un ordine studiato e risalente ad ataviche età. Il teschio davanti a me mi adduceva che stavo per morire ma erano invero presenti una clessidra, a vestigia che il tempo mi rendeva consunto e subito il sale e il pane, il gallo, segni serafici di quel simbolismo a me tanto caro. Innanzi a me il foglio ceruleo nel quale avrei dovuto, nel silenzio ramingo di quell’atmosfera funebre, porre le mie ultime espressioni.

Il testamento prevedeva tre domande: i miei doveri verso me stesso, verso l’umanità e verso la patria.

Di me stesso scrissi di essere in dovere di servire sempre la causa della verità, oltre la vita stessa se necessario, e di ricercarla in ogni sua espressione: dalle più calibrate architetture della ragione alle più evanescenti forme dei sensi e dell’esperienza, poichè la conoscenza si nasconde nell’illusione dei sensi e la verità nella menzogna come il sole si nasconde nella luna.

Dell’umanità scrissi di far sempre bandiera la lotta contro il dogmatismo e il pregiudizio per farmi guida verso un più elevato perfezionamento dell’uomo.

Indugiai invece sui miei doveri verso la patria. Scrissi di getto la formula secondo la quale la mia patria è ogni terra ove rifulga la luce della verità e della ragione e mio connazionale ogni uomo che ricerchi la verità.

Il tempo passava interminabile ed io continuavo ad attardarmi in quella stanza in penombra che faceva da sigillo alla mia morte, la morte che avrebbe dovuto condurmi ad una vita più nobile.

Osservavo i simboli occulti alle pareti, le vestigia di un sapere antico e misterioso, e mi domandavo se sarei stato all’altezza della prova.

Infine vennero a prelevarmi e tornarono a bendarmi.

Fui messo seminudo e seco tratto verso l’altare del gran maestro che mi impose di giurare fedeltà all’ordine sotto veementi formule di sbudellamento in caso di tradimento. Mi misero un cappio al collo. Probabilmente, pensai, la corda doveva in qualche modo simboleggiare, attraverso la morte per impiccagione, la separazione dell’anima dalla mente, del cervello dallo spirito. Il cappio infatti soffoca, toglie l’aria, e, nel mondo dei simboli, l’aria è l’araldo del pensiero, della mente, contrapposta al cuore. Ero, nonostante la forte emozione, fiero di me. Procedevo di petto verso le prove, sebbene in fibrillazione evidente.

Fui quindi sottoposto a prove di purificazione attraverso i quattro elementi ed altri giuramenti. Mi purificarono con l’acqua e mi battezzarono con il fuoco.

Udivo rumori spettrali e musiche ululanti. Per comprovare la mia fedeltà all’Obbedienza dovetti sottostare ad una prova, che, almeno nella sua atmosfera, risultava a suo modo terribile. Mi fecero bere un intruglio che pareva veleno dato il suo sapore arcigno ed esiziale. – Ecco cosa ti aspetta se tradirai il nostro Ordine! – Roboava una voce proterva e imponente. Ammetto che mi trasalì l’agitazione.

– Sei pronto a vedere la luce?- Sì – dissi urlando

Mi tolsero la benda e li vidi disposti in cerchio attorno a me incappucciati, con le punte delle spade puntate dritte verso il mio cuore e in atto di colpirmi da un momento all’altro. L’estremo ed ultimo giuramento mi consacrò finalmente massone ed al mio ultimo Sì, tolsero il cappuccio. Il Maestro venerabile venne da me e mi consacrò membro dell’Ordine degli antichi e liberi accettati muratori.

Fui di spada, secondo la tradizione cavalleresca, iniziato all’ordine della massoneria.

Ce l’avevo fatta. Morendo ero nato a nuova vita, ed essendo, almeno simbolicamente, tutti morti, avevamo egual diritti ed eguaglianza gli uni agli altri; o almeno così si professava.

Quando tolsero i cappucci con mia sorpresa riconobbi persone che già conoscevo, lì, nel tempio di Salomone, in piena Udine. Mi invitarono a sedermi in attesa del termine dei lavori’ (Emilio Francesco Graaz, Massone per caso, Audax Editrice, Udine 2011, pag. 29-31).

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